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Prima di pensare, il corpo sente: il ruolo delle emozioni, del sistema nervoso e del corpo nel nostro equilibrio

Prima di pensare, il corpo sente: il ruolo delle emozioni, del sistema nervoso e del corpo nel nostro equilibrio
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Prima di pensare, il corpo sente: il ruolo delle emozioni, del sistema nervoso e del corpo nel nostro equilibrio

Prima di pensare, il corpo sente: il ruolo del sentire tra emozioni, sistema nervoso e sintomi

Per molto tempo abbiamo pensato che il sentire emotivo appartenesse ad una dimensione “superficiale” della mente, quasi qualcosa di secondario rispetto al pensiero razionale.

Abbiamo imparato a dare enorme valore al ragionamento, al controllo, alla logica, spesso considerandoli gli strumenti principali con cui interpretare la realtà e prendere decisioni.

Eppure, osservando il funzionamento del sistema nervoso da un punto di vista evolutivo, emerge una prospettiva diversa: molto prima di pensare, il nostro organismo ha imparato a sentire.

In altre parole, prima ancora che esistesse il pensiero razionale complesso, esisteva già un sistema biologico capace di riconoscere ciò che favoriva benessere, sicurezza e sopravvivenza e ciò che invece rappresentava rischio, minaccia o sofferenza.

Il sentire come prima forma di intelligenza biologica

Le strutture più antiche del nostro sistema nervoso — frequentemente associate al sistema limbico e ai circuiti di regolazione autonomica — sono coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, della memoria, delle motivazioni, dello stress e dei comportamenti di adattamento.

Il loro compito non è “pensare” nel senso moderno del termine.

Il loro compito è orientare l’organismo.

Potremmo dire, semplificando, che il cervello ha sviluppato una forma di intelligenza biologica del sentire molto prima dell’intelligenza razionale.

Prima di elaborare un ragionamento, il sistema nervoso valuta continuamente:

  • ciò che favorisce sicurezza
  • ciò che genera allarme
  • ciò che sostiene equilibrio e connessione
  • ciò che produce tensione, rischio o sofferenza

Questo processo avviene in gran parte in modo automatico.

Il corpo sente molto prima che la mente riesca a spiegare.

Per questo, spesso, ci accorgiamo di essere in difficoltà quando il corpo ha già iniziato a reagire: il respiro cambia, i muscoli si irrigidiscono, la digestione rallenta, il sonno diventa più agitato, la tensione aumenta.

Le emozioni come segnali di orientamento

Siamo abituati a classificare le emozioni in positive o negative.

Ma forse possiamo osservarle anche in un altro modo.

Le emozioni possono essere viste come informazioni biologiche.

Non semplicemente stati psicologici, ma segnali che aiutano il sistema nervoso a comprendere cosa favorisce il nostro equilibrio e cosa invece richiede attenzione.

La gioia, il conforto, la fiducia, l’affermazione del se, possono essere interpretati dal sistema come condizioni favorevoli.

Al contrario, paura, rabbia, angoscia o forte tensione possono rappresentare segnali che qualcosa richiede adattamento.

Non perché siano “sbagliate”, ma perché comunicano al sistema:

“presta attenzione, qui c’è qualcosa di importante”.

In questo senso il sentire diventa una forma di orientamento biologico.

Perché non possiamo semplicemente “non sentire”

Quante volte ci siamo detti:

“non devo pensarci”
“devo calmarmi”
“non voglio sentire questa emozione”

Eppure il corpo sembra continuare a reagire.

Questo accade perché gran parte del sentire non dipende dalla volontà cosciente.

Le strutture coinvolte nella regolazione emotiva e fisiologica lavorano continuamente e dialogano con le aree corticali più recenti del cervello, quelle legate al pensiero razionale e all’autocontrollo.

Possiamo certamente imparare a modulare, comprendere e regolare ciò che sentiamo, ma difficilmente possiamo eliminare completamente il sentire attraverso la sola volontà.

Il sistema nervoso continua a registrare.

Continua a percepire.

Continua ad adattarsi.

Quando il corpo prende la via del sentire

Non tutto ciò che viviamo arriva immediatamente alla consapevolezza.

A volte riconosciamo subito uno stato di tensione.

Altre volte andiamo avanti, funzioniamo, lavoriamo, ci adattiamo, continuiamo a fare ciò che dobbiamo fare.

Ma il corpo può iniziare lentamente a mostrare segnali.

Mandibola serrata.

Cervicale rigida.

Digestione alterata.

Stanchezza persistente.

Sonno disturbato.

Dolori che vanno e vengono.

In questa prospettiva il sintomo può essere osservato non soltanto come qualcosa da eliminare, ma come una possibile modalità attraverso cui il sistema nervoso e il corpo stanno cercando di comunicare una difficoltà di adattamento.

Il corpo, infatti, tende continuamente a compensare e regolare.

Fino a quando riesce.

E quando il carico supera le capacità adattative del momento, possono comparire segnali che ci invitano — in modi talvolta molto concreti — a rallentare, ascoltare e riorganizzare il sistema.

Il corpo come via di accesso al sentire

Se il sentire coinvolge profondamente il corpo, allora anche il lavoro corporeo può diventare una strada per migliorare il modo in cui percepiamo noi stessi.

Muoversi meglio, respirare meglio, ridurre tensioni persistenti, migliorare mobilità e capacità di recupero non significa soltanto intervenire sul sintomo.

Può significare aiutare il sistema nervoso a ritrovare maggiore regolazione.

Quando il corpo recupera adattabilità, spesso cambia anche il modo in cui sentiamo.

Diventa più facile percepire tensioni precoci, riconoscere stati di sovraccarico, distinguere ciò che ci sostiene da ciò che ci esaurisce.

Il lavoro corporeo — incluso un approccio Somato-Emozionale orientato alla regolazione — può contribuire a migliorare quella capacità di ascolto biologico che, molto spesso, la vita frenetica tende a spegnere.

Perché forse il punto non è smettere di sentire.

Ma imparare di nuovo a riconoscere ciò che il corpo sta cercando di raccontarci, molto prima che il sintomo diventi l’unico linguaggio possibile.

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Marco Pirelli

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